Ilario Fioravanti

Ilario Fioravanti (Cesena 1922 - Savignano sul Rubicone 2012)

” Verso i sette anni misi assieme dei soldi e comprai due cose: una bicicletta e il dizionario Melzi, in due volumi, un repertorio ricco di immagini da dove mi divertivo ricopiare, a mano libera, le tavole illustrative dei personaggi e guardavo con attenzione le riproduzioni delle opere di Masaccio, Michelangelo, Leonardo e altri grandi maestri del passato; passavo gran parte del tempo a riempire dei foglietti – tantissimi – di disegni, tutto quello che trovavo lo disegnavo. Disegnare era una necessità che ancora oggi, a distanza di tanti anni, sento fortissima.


da una fotografia di Daniele Ferroni

Il rapporto con l’immagine, con l’arte, fu precocissimo, ricordo che da ragazzino coi fratelli e la mamma, che era una ferrarese sposata con un cesenate, andavamo da Cesena, dove abitavamo, a trovare la nonna a Bondeno, a pochi chilometri da Ferrara, e, quando possibile, sfruttavamo le riduzioni ferroviarie legate all’ingresso delle grandi mostre ferraresi, erano gli anni Trenta. Fu l’occasione per vedere delle mostre straordinarie, e una in particolare mi rimase dentro, mi scioccò, una mostra fatta in una ricorrenza di un centenario ariostesco, sulla pittura ferrarese del Rinascimento. Lì ebbi modo di vedere il Compianto in terracotta colorata di Guido Mazzoni, una visione indimenticabile. Esposto in una delle sale del Palazzo dei Diamanti, in penombra, non immediatamente visibile, in una semioscurità che permetteva di scoprirlo solo un po’ alla volta, un crescendo di commozione che mi lasciò senza parole.

In seguito, per volontà dei miei genitori, e così fu anche per i miei fratelli, mi iscrissi a ragioneria e conseguii il diploma, ma i miei interessi erano sempre più rivolti all’arte, infatti, in quegli anni, compravo riviste come «Corrente di vita giovanile» di Ernesto Treccani, sulla quale comparivano, oltre ai disegni dello stesso Treccani, quelli di Migneco e Manzù, e «Primato – Arti e Lettere d’Italia» dove, fra gli altri, collaboravano Maccari, Morandi, Rosai, Mafai, Guttuso, Manzù, De Pisis, Carrà, Casorati e Tamburi.


da una fotografia di Daniele Ferroni

Il disegno era sempre al primo posto, ma, in seguito al diploma, cominciai a lavorare come ragioniere presso l’ECA, vi rimasi circa due anni. Un periodo di grande sofferenza e insoddisfazione che stava minando anche la mia salute, fu così che ottenni il consenso dai miei genitori di continuare gli studi e prendere un diploma al Liceo Artistico di Bologna, da privatista, per poi iscrivermi alla facoltà di Architettura a Firenze. Una scelta che mi avrebbe permesso di continuare a disegnare e di coltivare la grande passione per la pittura, la scultura e l’incisione. Negli anni dell’università ebbi modo di ampliare le mie conoscenze e cominciai ad entrare in contatto con alcuni professori e architetti che mi permisero di visitare gli studi di alcuni scultori e pittori, così continuai ad approfondire la mia cultura artistica. Dopo la laurea, alla fine degli anni Quaranta, lavorai con l’architetto Saul Bravetti, grazie al quale cominciai, anche, una frequentazione con alcuni artisti che avevano lo studio a Roma, fra gli altri Pericle Fazzini con il quale instaurai un buon rapporto di amicizia. Fu una grande scuola, perché ebbi modo di vedere e approfondire le diverse tecniche artistiche dall’incisione, alla scultura, alla pittura che prima avevo esplorato prevalentemente da autodidatta.

Durante gli anni dell’università aprii, a Cesena, nel torrione della rocca, uno studio assieme a Giovanni Cappelli, che avevo conosciuto qualche tempo prima, quando venne a chiedermi se avessi potuto aiutarlo a prepararsi per l’esame di ammissione al Liceo Artistico di Bologna; aveva saputo che l’anno precedente vi avevo conseguito il diploma. A noi si aggiunse il giovanissimo Alberto Sughi e in seguito – ma oramai le mie presenze allo studio si stavano diradando a causa dell’impegno universitario – Luciano Caldari.

Mi distaccai precocemente da quel modo di fare pittura che si stava delineando fra le mura di quello studio, sentivo che la mia strada era un’altra, e cominciai a praticare – con maggiore interesse – le arti plastiche. Terminati gli studi mi dedicai alla professione di architetto senza, tuttavia, abbandonare il disegno che è sempre stato una costante della mia vita; gli stessi esecutivi dei miei progetti li eseguivo a mano libera, non riuscivo a costringerli in un incontro di linee rigide e impersonali. Nell’architettura trovavo un grande stimolo perché, in fondo, in essa vedevo la scultura per le forme degli edifici, la pittura per i giochi di colore e via di questo passo. Tutte le arti si possono ritrovare nell’architettura, a patto che l’architetto lavori col cuore, perché altrimenti si fa solo edilizia, e quella non vale nulla. Comunque negli anni Sessanta tornai a dedicare molto del mio tempo alla scultura, alla pittura e all’incisione e mi resi conto che l’avere continuato a disegnare, forsennatamente per tutti quegli anni, era stata la migliore scuola che avessi potuto ricevere. La padronanza delle diverse tecniche artistiche nasce dalla capacità di sintesi fra realtà e mondo interiore, e, in questo, il disegno mi fu utilissimo, il resto è solo pratica.


fotografia di Daniele Ferroni

In quegli anni partecipai ad alcune mostre collettive e personali, e realizzai opere per luoghi pubblici, ma l’attività principale era legata alla professione di architetto e questo, in qualche modo, mi portò a vivere con maggiore intimità e riservatezza l’altro aspetto della mia creatività. Solo parenti e amici conoscevano abbastanza approfonditamente le mie opere. Fu solo nel 1990 che grazie all’interessamento di Giovanni Testori realizzai la mia prima mostra importante di scultura, a Milano. Fu lo stesso Testori a curarla, provai una soddisfazione enorme; finalmente le mie opere prendevano vita fuori dal mio studio. Poi Testori, si ammalò e i progetti futuri si dissolsero, perché in quel momento mi sembrava che solo Testori avesse colto nel profondo il senso della mia arte. In seguito partecipai ad altre mostre, ma sempre con minore entusiasmo, al punto che tornai a nascondere i miei lavori nella cerchia della mia quotidianità. Ma nel 1996 fui convinto, contro voglia, di organizzare una mia grande mostra personale alla Fondazione Tito Balestra di Longiano, ebbe un grande successo e lì rincontrai Vittorio Sgarbi, il quale, da allora, cominciò a dedicare una grande attenzione al mio lavoro. ”