Paolo Turroni

SORRIVOLI - Chi sale sulle colline romagnole per arrivare al piccolissimo borgo di Sorrivoli, frazione di Roncofreddo, sa che oltre al panorama suggestivo, al castello, bello ma desideroso di restauri, all’ottima osteria che si trova al suo interno, c’è una casa, che è anche atelier, di uno dei massimi artisti italiani viventi, Ilario Fioravanti. Dal 2004, grazie alla disponibilità di Ilario Fioravanti e di sua moglie Adele, i fratelli Flaminio e Massimo Balestra organizzano degli eventi, spesso assolutamente straordinari: per l’intimità del luogo, per la qualità degli artisti (o pittori, o filosofi, o scrittori) che dialogano con il pubblico, sempre molto attento e numeroso. Sabato 23 maggio, nel bel giardino della “Casa dell’Upupa”, come è stata emblematicamente battezzata la casa-studio di Fioravanti, ha parlato Vittorino Andreoli, personaggio noto per la sua attività di psichiatra e di divulgatore di temi affascinanti, come il rapporto fra genio e follia. In particolare, sabato Andreoli ha parlato dell’“Art brut”, o “arte grezza”, un termine non familiare agli Italiani, perché diffuso soprattutto in Francia, dove venne coniato nel 1945 dal pittore francese Jean Dubuffet, per indicare le opere realizzate da artisti non professionisti o pensionanti dell’ospedale psichiatrico che operano al di fuori delle norme estetiche convenzionali. L’“arte grezza” rifiutava, cioè, dal rifiuto della “cultura”, non intesa come sapere, ma come costrizione, come imposizione. Bisogna anche ricordare che, dopo la seconda guerra mondiale, dopo gli attacchi all’“arte degenerata” e lo sterminio di milioni di persone in nome di una cultura superiore, la cultura poteva ingenerare più d’un sospetto, di fronte alla possibilità d’una espressione libera e spontanea. Dubuffet diceva che l’“art brut” designava “lavori effettuati da persone indenni di cultura artistica, nelle quali il mimetismo, contrariamente a ciò che avviene negli intellettuali, abbia poca o niente parte, in modo che i loro autori traggano tutto (argomenti, scelta dei materiali messa in opera, mezzi di trasposizione, ritmo, modi di scritture, ecc.) dal loro profondo e non stereotipi dell’arte classica o dell’arte di moda”. In particolare, Vittorino Andreoli, oltre a ricordare il suo incontro con Dubuffet, ha spiegato l’“art brut” attraverso l’esperienza di Carlo Zinelli, scoperto come artista proprio dallo psichiatra veronese. Zinelli era nato a San Giovanni Lupatoto (Verona) il 2 luglio 1916 da Alessandro, falegname, e da Caterina Manzini, sesto di sette figli. A tre anni rimase orfano di madre, fu ripetutamente bocciato  alla prima classe della scuola elementare, all’età di nove anni abbandonò definitivamente la scuola e fu ospitato presso una famiglia contadina per sorvegliare il bestiame. Nel 1936, terminato il servizio militare, fu arruolato nel Battaglione Trento dell’11° Reggimento del corpo degli Alpini, nel 1939 venne imbarcato da Napoli come “volontario” nella guerra di Spagna, ma fu rimpatriato dopo soli due mesi, con gravi turbe psichiche. Tra il 1941 e il 1947 Zinelli entrò periodicamente in Ospedale, combatte con la malattia subendo frequenti elettroshock e trattamenti di insulina e infine il 9 aprile 1947 fu definitivamente ricoverato all’Ospedale Psichiatrico di San Giacomo alla Tomba di Verona con una diagnosi di schizofrenia paranoide. Per dieci anni la sua vita trascorse nel manicomio veronese, finché, nel 1957, presso lo stesso Ospedale psichiatrico fu creato un atelier, per opera dello scultore scozzese Michael Noble e dal professor Mario Marini, e così Zinelli poté dedicarsi all’arte. Alla partenza di Marini nel 1961 e di Noble nel 1964 subentrò proprio Andreoli, che presentò le opere di Zinelli a Debuffet che lo considera, d’accordo con André Breton, un interessante rappresentante dell’“Art Brut”. La cultura italiana cominciò così ad interessarsi alle sue opere, e di Zinelli scrissero Dino Buzzati, Alberto Moravia, Camilla Cederna. Zinelli morì il 27 gennaio 1974, di polmonite, presso l’Ospedale di Chievo.
“Non è vero che tutti gli artisti sono pazzi, ha detto Andreoli, ma ci sono alcuni pazzi che sono grandissimi artisti. E poi: la definizione di benessere è quanto mai riduttiva. Se Van Gogh fosse stato ‘bene’, avrebbe realizzato le sue opere? Probabilmente sarebbe stata un’ottima persona, persino felice, ma non sarebbe mai stato un artista”. Inevitabile, quindi, che sorgesse una domanda sulla necessità dell’infelicità per essere grandi artisti: non si può essere artisti e felici? La risposta di Andreoli è stata, sorprendentemente, leopardiana: “Come può una persona essere completamente felice? Come posso essere felice sapendo che devo morire, che la mia esistenza è proiettata nella direzione della fine? Come posso essere felice sapendo che c’è tanta gente che muore di fame, o soffre, in tutto il mondo e vicino a me? Sono poche le categorie di persone che possono definirsi felici, come gli oligofrenici, o come venivano chiamati col linguaggio di un tempo, gli idioti, che avendo poco cervello, non comprendono il mondo. Per tutti gli altri l’infelicità, con momenti di relativa felicità, è la norma. Gli artisti, avendo una sensibilità più forte, una sensibilità che a volte sconfina nella ‘stranezza’ se non nella ‘follia’, riescono ad usare questa infelicità per creare qualcosa di grande. La rassegna della “Casa dell’Upupa” terminerà sabato 30 maggio con un pomeriggio dedicato al Futurismo, con letture di testi di Filippo Tommaso Marinetti, Carlo Carrà e Aldo Palazzeschi, con la partecipazione di Loris Canducci, Daniela Montanari, Alessandro Emiliani, per cura di Paolo Turroni (inizio ore 18, ingresso libero).

Paolo Turroni, È tutto un equilibrio sopra la follia, in “La Voce”, Terza Pagina, Mercoledì 27 maggio 2009.

Scritto da Massimo Balestra il 28 Mag 2009 in Casa dell'Upupa, Eventi-eventi, Ospiti

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